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A Berlino c'è ancora un muro: quello al 35° km della maratona.

Aprendo la valigia, di ritorno da Berlino.
Prima di domenica, a Berlino c'ero stato una sola volta, nel novembre del 1991: il muro era caduto da poco, la città era in fermento, come la birra di Natale: un cantiere unico, fisico e umano.


Se allora un indovino mi avesse predetto che un giorno, 26 anni dopo, ci sarei tornato per correre la maratona, avrei tratto la certezza - incrollabile - che davanti a me ci fosse un vero e proprio ciarlatano. Tornare a Berlino 26 anni dopo sì, ci sarebbe anche stato: ma per correre la maratona...? Avrei cioè reagito come se qualcuno oggi mi dicesse che tra vent'anni trascorrerò una settimana di vacanza sulla Luna. Che cosa ho estratto dalla valigia, allora, di ritorno da Berlino ?
La prima cosa è una scatola con all'interno le emozioni.
Quando la Porta di Brandeburgo è comparsa sul rettilineo finale, ho provato la gioia di avere davanti a me il vero traguardo, quello per il quale tutto è valso la pena, anche se la linea di fine gara si trovava 195 metri oltre la Porta stessa. La quadriga sulla sommità si faceva mano a mano più grande: la dea della pace, dalla prospettiva del terreno, veniva nascosta dietro ai cavalli, fino a scomparire dagli occhi. Passare sotto alla Porta mi ha fatto venire i brividi. Brividi che si sono trasformati in commozione quando, qualche metro più in là, ho attraversato la linea curva di mattoni che si trova sul pavimento della piazza: la cicatrice che ancora oggi taglia interi tratti della città, laddove una volta correva il muro. Per ricordare sempre; per non dimenticare.
La seconda cosa - ed è il regalo per me più bello - è una scatola con all'interno la consapevolezza. La consapevolezza che non sono ancora un maratoneta. Sono uno che corre (anche) la maratona, che in un anno solare ne ha addirittura già corse tre. Ma non sono ancora un maratoneta, che è invece quello che vorrei poter diventare un giorno.


La maratona insegna rispetto: per te, per i tuoi limiti. Un rispetto che, se non riconosciuto, presenta il conto. La maratona esige disciplina, metodo, regolarità. Richiede umiltà. Ti insegna a stare nel tuo posto nel mondo. La maratona punisce l'ambizione, la spavalderia. Ti mette a nudo. Ti dice: io sono qui, con i miei chilometri; ora sta a te, solo a te.
Mi sono preparato molto durante l'estate per il doppio impegno che avrò fino alla maratona di New York. Mi sono allenato duramente, ogni settimana, all'alba, lavorando sul carico complessivo di chilometri che dovrò affrontare, non sulla velocità. Berlino era il primo, importante, test. Berlino mi ha detto che il muro è caduto.

Che l'ho affrontato bene, senza crisi, per la prima volta. La respirazione è rimasta regolare, il passo anche, così come la lucidità. Quello che non ha funzionato è stata l'ambizione, la spavalderia, che a un certo punto si sono aperte una breccia in me, sedotte del fatto che tutto girava benissimo. Ambizione e spavalderia: sentimenti che la maratona non tollera, che anzi non perdona. Rispetto al passo con il quale mi ero allenato, sono andato molto veloce, troppo veloce – e lo sapevo bene: anche qui, consapevolezza; quante volte me lo sono ripetuto? – fino al 34esimo chilometro. 5,07 minuti di media al chilometro, con alcuni di quei chilometri a 4,50 - 4,53, è stato l'errore che ho pagato con un crampo alla coscia interna che ha messo in ginocchio l'ambizione di completare la maratona così velocemente rispetto alla preparazione che avevo affrontato.


Non sono però per niente deluso. Sono anzi contento, riconoscente. Perché la lezione è stata, anche questa volta, imparata. Perché tutto questo mi dà la consapevolezza di essere sulla strada giusta per diventare – un giorno, e con ancora più umiltà - un maratoneta. Non solo qualcuno che corre - anche - la maratona.
Ma un maratoneta.

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