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Un RfE tra i boschi

Nel bellissimo scenario del parco naturale regionale della Gola della Rossa e di Frasassi, la gara si sviluppa per circa 21 Km con un dislivello positivo di 1350 m.
Lo skyrace è un tipo di trail running in cui si raggiungono altitudini elevate.


Quel giorno si è trattato per me di un ritorno alle origini marchigiane, in posti che conosco fin dall'infanzia ed ai quali sono legato da un grande affetto. L'imponente bellezza delle grotte di Frasassi ed i colori delle montagne che circondano la Gola della Rossa erano inoltre gli elementi ideali per farmi vivere quella che, col senno di poi, avrebbe rappresentato la mia vera svolta verso il trail running: una disciplina che già un anno prima, quando iniziai a fare i miei primi kilometri di corsa, sentivo come il percorso da seguire.

Avevo assaggiato a Luglio la fatica e la soddisfazione di una gara di trail, ma mai avrei pensato di poter arrivare ai limiti come è successo nella gara di Frasassi. Avevo già corso anche una maratona, varie mezze maratone, altre gare brevi e stavo preparando la mia seconda maratona, pensavo quindi di poter gestire l'entusiasmo, tuttavia già allo start ho sentito una spinta che mi ha trascinato verso il metro che avevo davanti agli occhi nella scia della degli altri partecipanti.

La gara è già coinvolgente col passaggio sotto l'arco dopo il ponte di San Vittore a poche centinaia di metri dalla partenza, dal 3° km si comincia fare sul serio: 2,5 km di salita per scalare 600 m di dislivello. Dopo la sommità del primo picco, si apre un pratone in discesa; irrigidito dalla precedente salita, volo giù per poi salire di nuovo, inesorabilmente, ma circondato da un paesaggio mozzafiato.
Superato anche il secondo picco, quasi ogni pensiero è rivolto all'idea di abbandonare. Le gambe sono rigide e pesanti, i polmoni bruciano, ma una voce dentro mi convince che ce la posso fare, che un passo dopo l'altro si può arrivare al traguardo. Ora capisco che è proprio lì lo spirito del trail runner: la forza di resistere quando il respiro diventa più forte del suono del passi e l'orizzonte è ancora sopra la linea dello sguardo, ogni muscolo ti dice di fermarti, di sederti sul ciglio della strada, di rinunciare ed armarti di tutte le giustificazioni del caso, ma la testa non è d'accordo, la volontà di arrivare alla fine, di spostare il limite vince sulla stanchezza e il premio sarà il traguardo.

La discesa è ripidissima e difficile da gestire, ad un certo punto prendo tanta velocità che, per la pendenza ed il terreno secco, non riesco a capire se stia correndo o scivolando; l'inerzia accumulata da incosciente è troppa per sperare di rallentare e prima di finire in un dirupo mi lancio verso una roverella al lato del viadotto e, letteralmente, l'abbraccio per fermarmi. Me la vedo brutta, ma poi riprendo la discesa che conduce alla gola dove attraversiamo le acque limpide del ruscello che la solca.

Dopo un breve ristoro dove penso di aver bevuto 2 litri di acqua (che si aggiungevano al litro che mi portavo dietro con le nelle fiaschette da trail) inizia l'ultima interminabile salita, fatta di gradoni e selciato. Il primo tratto conduce al bellissimo tempio Valadier: un piccolo santuario costruito in una cavità della roccia che il percorso circumnaviga tutto in senso antiorario. Breve discesa e poi si ricomincia a salire per l'ultima cima. Tratti camminati e tratti scalati portano ad un sigle track che in realtà è un gradino di circa 50 cm di larghezza scavato nella roccia scoscesa, si corre attaccati ad una fune d'acciaio alla nostra sinistra perché a destra...c'è il nulla: un burrone che gorgoglia dell'acqua del torrente. Lo spettacolo è tanto bello quanto inquietante, la tentazione di fermarsi ad ammirare quell'abisso è fortissima, ma la gara spinge e il traguardo è troppo vicino.

La sensazione di inquietudine aumenta al raggiungimento del crinale della montagna, da percorrere con estrema cautela per alcuni metri prima di gettarsi verso la discesa che condurrà alla fine dell'avventura.

I gradini del ponte di legno che portano al traguardo sono la strada per la gloria, che arriva dopo 2 ore 57 minuti e 7 secondi. Posizione assoluta, 38° su 130 partecipanti esperti e preparati.

Inutile tentare di spiegare la soddisfazione.

La testa ha vinto, il corpo ha tenuto e la sensazione che per un secondo tutto sia possibile mi fa dimenticare le gambe doloranti, il sudore addosso e la pesantezza della braccia.

Quella notte, ci si creda o no, non sono riuscito a dormire: nonostante la stanchezza, l'eccitazione per l'impresa mi ha fatto rivivere ogni momento, ogni metro calpestato e superato.

Anche se la mia esperienza in materia è davvero limitata dal poco tempo in cui corro, sento di poter dire che trail running è una disciplina che va oltre la corsa, lo spirito con cui si affronta non è quello di battere un tempo, un record personale, un pronostico prefissato, ma si ha voglia di affrontare un'avventura nella quale si dialoga con la propria forza di volontà, si gode di paesaggi meravigliosi e si respira un'aria meno competitiva rispetto alle gare su strada.

Posso dirmi davvero contento di aver corso questa fantastica gara, oggi sto preparando il mio primo ultratrail e la voglia di spostare il limite è la scintilla che innesca le mie corse.

Riccardo Rossini

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